Reviews – Masche – Kalvingrad

Among the numerous music journalist cliches I strive to avoid, “defies classification” ranks near the top of the list. As much as modern music listeners roll their eyes at genre tags, they’re objectively useful, and often times easy to apply even if you need a few to get the job done. Yet, with Kalvingrad, I found myself continuously tacking on new descriptors as the album progressed until I arrived at an amalgamation of words I’ve never thrown at a jass album before. For now, I’m comfortable labeling this as electroacoustic-jazz-rock-poetry…I guess. Honestly, this is an instance where I’d simply send a link to a select few of my friends with the message “Just listen now and thank me later.”

This speaks to just how talented Masche are as a group of improvisers and all-around experimental wizards. The Italian collective is comprised of a unique setup for a jazz ensemble which the members use to their advantage. Of course, the group enlists some traditional instrumental services, and they’re fortunate to have landed some phenomenal foundational support from drummer Diego Rosso and bassist Andrea Chiuni (who also provides vocals to the proceedings). On top of it all, the collective is rounded out by some truly exceptional performances from saxophonist Alessandro Cartolari on alto and baritone, Cristina Trotto Gatta on vocals and Valerio Zucca Paul manning the electronics and effects. To further the collective, self-sufficient spirit of the group, Cartolari and  Paul recorded the band’s live performances, and Paul mixed the affair to produce Kalvingrad.

It’s a motley crew of performers for sure, yet they somehow pull together for one of the wildest and nearly indescribable jazz releases I’ve heard in quite some time. As one idea begins to develop, another takes over and leaves you scratching your head, which happens to be bobbing and swaying all the while. To start things off, Cartolari honks away on album opener “Still,” hinting toward a solid solo free jazz romp. But then the remainder of the band kicks in to produce a lurching beast decorated with oozing scales and an unsettling posture. The track falls somewhere between the cavernous sonic effects on Herbie Hancock‘s Sextant mixed with the aggressive jazz of a Peter Brötzmann, an odd meeting of the minds that ebbs and flows as much into jazzy territory as it does electronic music of the more electroacoustic variety. At the same time, evocative poetry from Gatta adds an even more unique flair to the record. Her delivery sounds like Fever Ray trying out her best Björk impression, which is indeed as bizarre and intriguing as it sounds.

Though the remainder of the album builds on this formula in a similar and equally satisfying way, I have to give another specific shoutout to “Grumi,” which is easily my favorite track. Thumping, distorted bass notes weave between Cartolari’s liberated sax playing and percussive accents from Rosso. Yet, Paul steals the show with the help of Gatta’s distinct vocals. He manipulates her vocals and glitches them a captivating manner, adding an almost catchy element to the track that’s instantly memorable from your first playthrough of the album. Paul steals the show further on “Desire,” which sees him molding the collective’s compositions into perhaps the closest we’ll get to “Autechre playing avant-garde jazz.”

Several paragraphs after I proclaimed Kalvingrad belied easy description, here I am summarizing a series of thoughts aimed at convincing you that Masche have something truly special going on here. As with many of my favorite jazz albums of the year, Kalvingrad seemingly came out of nowhere, and I instantly felt remorse for not finding this in time to include it with our last Jazz Month Quarterly for the Second quarter of the year. I suppose this standalone piece will suffice, but again, I still feel like I haven’t captured just how mentally stimulating Masche are for listeners of any jazz or electronic music background. They present an endless stream of ideas to absorb, and I couldn’t recommend their unique brand of electro-jazz any more highly. Avant-garde jazz fans should immediately press play below; trust me, you’ll thank me later.

Scott Murphy – Jazz Club

 

Masche – Kalvingrad (ADN/Wallace), avanguardia e impro jazz.

Kalvingrad” è il disco d’esordio dei Masche, collettivo musicale nato in Canavese nel 2013 che si esprime improvvisando. Il loro è un approccio jazzistico che miscela elettronica e rock. I Masche sono un quintetto i cui componenti hanno alle spalle, e in parallelo, altre intriganti esperienze musicali.
Il titolo del disco “Kalvingrad” è dovuto ai testi che la cantante Cristina Trotto Gatta ha scritto ispirandosi liberamente a “Le città invisibili” di Italo Calvino. Diciamolo subito: un disco così se ne sentiva assolutamente l’esigenza, perché ultimamente sono stati rari i lavori impro con una capacità di catturare l’attenzione anche di coloro che sono meno abituati a certe sonorità. Il sax di
Alessandro Cartolari, infatti, si coniuga bene con il basso di Andrea Chiuni e con la batteria di Diego Rosso; su queste ritmiche la voce canta in controtendenza rispetto alla strada intrapresa dai musicisti, anche perché Valerio Zucca Paul all’elettronica le da man forte prendendo anche lui strade del tutto personali. Il risultato finale è quello di un lavoro nel quale emerge la collettività perché prima o poi i percorsi intrapresi dai cinque si ricongiungono in una dialettica musicale onnicomprensiva, grazie soprattutto alla capacità avvolgente delle parti elettroniche.
Le sperimentazioni di “Still”, soprattutto nella seconda parte del brano, evocano quelle degli Area. “Grumi”, invece, appassiona o fa incazzare piacevolmente per quei continui spezzettamenti, perdonate l’ossimoro, ma il percorso intrapreso dal basso viene sovrapposto dal sax e della batteria, per cui le linee musicali subiscono fratture e cadute, ma puntualmente sono in grado di risollevarsi suscitando nell’ascoltatore sensazioni contrastanti che comunque non disturbano. Anche in “Desire” vi sono molti spezzettamenti ma con un’incertezza maggiore e una maggiore propensione alla sperimentazione elettronica con il sax che distende la tensione nel finale. I nove minuti e mezzo di folk sghembo e sperimentale di “Hung” sono un modo per cambiare registro stilistico, mentre con “Puma” il quintetto rende omaggio alla New York dei Velvet Underground e dei primi Sonic Youth. Un lavoro che solo in apparenza è fatto di momenti e sonorità casuali.

Vittorio Lannutti – Freakout Magazine

 

30 secondi di sax baritono acido e malmostoso, quasi una chitarra in una giungla di elefanti, poi un groove in bilico sulla corda della pulsazione, l’elettronica a spostare volumi, pesi, il basso come baricentro stabilmente instabile per avanzare sul precipizio, la batteria a mettere ordine nel disordine, la voce ad alzare la testa in questo temporale elettrico, per puntare gli occhi verso un sole che non arriverà. E’ scuro il mood di questo esordio ispirato alle Città invisibili di Calvino del quintetto Masche. Disco di distanze siderali e silenzi densi, monumento sibillino alla libertà di chi non smette di cercare l’inaudito.

Nazim Comunale – Manifesto

 

Masche

KALVINGRAD

2018 – ADN Records-Wallace Records
[Uscita: 28/06/2018]

MASCHE IMGCollettivo del Canavese nato nel 2013, Masche, riporta in auge la tradizione qualitativamente alta dell’improvvisazione. Registrazione live in presa diretta, un connubio calibrato ed emotivamente efficace di istinto e di concettualmente vagliato, un progredire affiatato capace di prediligere il sentire comune e la singola, bizzarra, intuizione. Sono Valerio Zucca Paulall’elettronica, Cristina Trotto Gatta alla voce, Diego Rosso batteria, Andrea Chiuni voce e basso eAlessandro Cartolari sax contralto e tenore. La frontiera avanguardistica si dipana all’orizzonte nel gioco sfida dell’alea e dell’equilibrio combinatorio. Come fu per Italo Calvino nella fase sperimentale a cui risale il racconto ‘Le città invisibili’ispiratore del disco. Come fu negli intenti dei grandi gruppi improvvisativi del secolo scorso (GINC, MEV e AMM). Le trame comunicative e sonore sono disposte in un modo deliberatamente astratto e anti strutturale con la finalità di muovere e spostare oltre il significante e le logiche sottese.

L’ambizione è quella di sondare un universo metalinguistico capace di conciliare realtà e immaginazione. Indurre riflessioni tracciando spunti, abbozzi, schizzi. “Kalvingrad”  è quindi un luogo non luogo in cui si incontrano idealità e valorizzazione di ciò che è bello, di ciò che è armonico. La linea sottile che confonde percettibile e impercettibile. L’intuito, l’ispirazione e quella spiazzante sensazione di continua mobilità, di continua 0012629841_10destrutturazione che smonta ogni assunto, ogni architettura nel momento stesso in cui la si mette a fuoco o la si crede stabile. Math rock e free jazz si abbracciano e si respingono in una caracollante danza dell’inquietudine, Still. L’elettronica e la marzialità di un folk evanescente a suggerirci nostalgicamente gli esperimenti naif di Marinuzzi jr o le manipolazioni diMarino Zuccheri nell’indecifrabile intrigo di Desire. 

Le molteplici trasposizioni portano ad un paesaggio sonoro acusmatico e a una complessità narrativa e multimediale volutamente ibrida che muove su traiettorie affascinanti quanto imprevedibili. Teatralità, recitazione, musique concrète, effetti e screziature di sax a dare un tocco di armonioso eclettismo e verve creativa. Pezzi come Grumi, Hung e la chiusa spumeggiante di Puma (on Leash) ci riportano alla sperimentazione più valida e per niente scontata di realtà come Anatrofobia (Cartolari e Trotto Gatta non a caso ne fanno parte, senza contare lo zampino della stessa etichetta Wallace e la provenienza geografica),  Jooklo Duo oJealousy Party, con la loro voce veramente libera, sdoganata e audace, capace di aggiungere tasselli di inedito e fuori dal coro.

 

Voto: 7,5/10

Romina Baldoni-Distorsioni

Masche ‘Kalvingrad’

(Wallace Records 2018)

L’opera prima dei Masche, collettivo di improvvisatori già attivo da diversi anni, si ispira già nel titolo a Italo Calvino e alla sua scrittura essenziale, strutturata, fatta di superimposizioni eppure talmente lirica. Tagliente come una lametta, il sound incide in profondo: le linee di basso di Andrea Chiuni, talvolta sintetizzate, talvolta compresse al punto giusto, danno quella sensazione come quando si riceve, appunto, un pugno sullo stomaco. Potente, vigoroso, sincopato, il sound è come vedere le città invisibili di Calvino fatte di casermoni sovietici. Le liriche scritte dalla cantante Cristina Trotto Gatta fanno riflettere in modo piano, poiché la voce tiene un recitato che è sempre il medesimo, senza scatti, senza eruzioni. Il sax di Alessandro Cartolari merita una menzione a parte, perché, come si può ascoltare p.es. in Still, si abbandona in un flusso imprevedibile, inaspettato, energico. A riempire i vuoti, in modo intelligente, non protagonista ma nemmeno ornamentale, ci pensa l’elettronica di Valerio Zucca Paul. In sintesi: un ottimo prodotto di improvvisazione, estremamente ascoltabile anche registrato.

Aggiunto: October 22nd 2018
Recensore: Gianni Zen

 

 

ADN