Rosso Polare – Cani Lenti

Rosso Polare è Cesare Lopopolo e Anna Vezzosi, duo di ricerca sperimentale con base a Milano. Con background completamente diversi e un retaggio culturale diviso tra il contesto urbano e il paesaggio campestre, hanno combinato le loro visioni e creato un peculiare linguaggio basato su un mix di field recording, improvvisazione call and response e manipolazione audio. Un percorso di studi condiviso nelle arti visive e un interesse comune nell’espressione sonora li portano a un continuo scambio e assimilazione tra loro e l’ambiente.
Hanno pubblicato nel 2020 Lettere Animali, tramite l’etichetta siberiana con base a Mosca Klammklang, seguito da Cani Lenti, rilasciato attraverso Takuroku etichetta subordinata a Cafe Oto e in ristampa con l’italiana ADN Records. Collaborano con il gruppo di improvvisazione SMIRNE e curano, assieme ai fondatori, l’etichetta Ebria Records. Si sono esibiti a festival e performance in Italia e Europa.

Com’è nato il vostro rapporto con la musica sperimentale? come lo ponete rispetto al vostro percorso all’interno dell’Accademia di Brera? Come lo studio delle Arti Visive, in particolare la fotografia, hanno influito sulla vostra produzione musicale?

Anna: Ho sempre voluto suonare, ma non ho mai studiato la disciplina in modo costante. Stando con Cesare ho imparato a conoscere tanti strumenti che il più delle volte non avevo nemmeno visto, alcuni dei quali richiedevano un’applicazione semplice e producevano suoni molto affascinanti. Questo fascino si è agganciato al desiderio di partecipare alla composizione musicale, concretizzata in un primo momento come registrazione di una traccia e due anni dopo nel primo live con Giacomo Alberico e Cesare a Unzalab, da cui ha realmente avuto origine l’esperienza di Rosso Polare. L’ispirazione e la spinta iniziali arrivano sicuramente da Tiziano Doria, fotografo e regista, componente del gruppo sperimentale LCR e tecnico di laboratorio a Brera, da cui è arrivata la proposta di realizzare una performance di improvvisazione con proiezione. Con lui siamo passati da consigli e scambi di idee alla condivisione di progetti musicali.
In un certo senso, l’incontro con la musica sperimentale è stato un fortunato incidente che ha aperto una via parallela alla produzione visiva: ha dato voce ad alcuni aspetti che con la fotografia non riuscivo a esprimere.
D’altro canto, i progetti fotografici hanno precedentemente – e in parallelo – costruito i confini dell’habitat entro cui mi muovo (soggetti, oggetti, significati). Nello specifico, con la fotografia ho da sempre approfondito una quotidianità dell’ambiente in cui sono cresciuta: la campagna bresciana, ricca di natura e semplicità quanto di contaminazioni derivanti soprattutto dalla passione di mio padre – operaio da tutta la vita – per la strumentazione tecnica. Per me le arti visive sono state fondamentali nel riconoscimento del mio approccio alla creazione, molto istintivo, oggettivo, semplice, forse emotivo e imperfetto (sicuramente molto diverso da quello di Cesare).

Cesare: La musica sperimentale è stata la continuazione naturale di quell’approccio multidisciplinare che mi ha formato come artista. Ho sempre suonato, mediamente con l’intento principale di registrare e conservare quello che facevo, questa dimensione è cresciuta parallelamente alla ricerca nell’arte visiva, dove mi concentro nella creazione di storie, narrazioni e scontri tra elementi, come nell’improvvisazione, in un certo senso. Per una serie di circostanze mi sono sempre concentrato di più sulla preparazione, la registrazione, costruendo in studio “cose” da mostrare in un secondo momento, contrariamente a quanto si possa immaginare pensando a un musicista, che in media lavora per l’esibizione dal vivo. È un’esperienza veramente simile alla pittura a mio parere.
L’influenza del mondo della fotografia la percepisco nella tendenza a catturare quello che mi piace o ha rilievo, nella volontà di fermare un’idea e svilupparla con i suoi tempi. Il lavoro con Anna ha portato nella mia sfera di ricerca il valore per l’organico semplice: la terra, i suoi scarti e i suoi movimenti piccoli ed effimeri, questo nuovo modo di vedere ha reso significativo l’insignificante del mio paesaggio, insieme alle sue contraddizioni e problematiche, mi ha portato a considerare il poco sostanzialmente.
Arrivando da un contesto da sempre urbano un’iterazione con la sfera naturale non è semplice, credo che con Rosso Polare uno dei punti di incontro tra i nostri mondi venga rappresentato attraverso una cura particolare per la scelta dei suoni: neutrali, ambigui, non del tutto sintetici ma non del tutto organici, cercando il più possibile di rendere non identificabile il contenuto sonico dei brani.

Come inserite la ricerca nel vostro lavoro, come la intendete, come la sviluppate? Quanto è importante la lente attraverso cui fate musica data dai vostri studi artistici?

A: Nel mio caso la ricerca artistica e quella musicale coincidono su molti aspetti, non avendo mai studiato le cose separatamente. Arrivo alla musica direttamente dal percorso visivo, motivo per cui la vedo come un ampliamento delle possibilità espressive ed espositive. La ricerca per me significa sfruttare le contingenze che accadono nel quotidiano, “accorgersi” di ciò che abbiamo a portata di mano e amplificarne i significati. Fotografare un oggetto obsoleto, creare un’ossessione relativa alla sua immagine, si può applicare anche al lato sonoro: quanti suoni può produrre un qualsiasi oggetto metallico, ligneo o di ceramica? In quanti modi può essere osservato, ascoltato, estrapolato dalla sua utilità originaria? Nel mio caso la ricerca diventa consumare, esaurire le possibilità strumentali che sono già in mio possesso. Le relazioni tra i minimi particolari sono indefinite e permettono di oltrepassare sempre quello che ho realizzato in precedenza. L’insieme degli stessi finisce per emanare spontaneamente l’armonia a cui aspiro. Spesso questo succede anche nella fotografia, motivo per cui è difficile per me racchiudere tutto in un progetto definito.

C: Non credo che nell’ambito di un percorso artistico la musica debba essere indicata come strada parallela, per me è sempre stata parte dello stesso macro-insieme; di conseguenza più che di studi artistici sarebbe bello parlare di una “pratica”, che è un termine che mi fa pensare al reato, a un “fattaccio”, a qualcosa di nascosto, e mi piace molto. Si è discusso spesso delle qualità ineffabili di questo mestiere cercando di inquadrarne le dinamiche più misteriose; io credo molto nell’analogia lessicale che si ritrova nella pratica magica, la quale, come condizione di esistenza, deve possedere necessariamente un carattere impalpabile e non sarebbe più tale se questo venisse colto. La ricerca è per me fondamentale, non è però un focus momentaneo ma un percorso continuo e una pratica trasversale con conseguenze non sempre visibili. Mi alzo ogni mattina con la speranza di poter fare quello che faccio sempre meglio e sempre di più.

Ascoltando uno dei vostri concerti, sembra quasi vogliate mimetizzarvi con l’ambiente che vi circonda, essere assimilati; voi come lo raccontereste il vostro lavoro?

A: Quello che per noi è importante per caratterizzare sia i live sia le registrazioni è avvolgere e stimolare un’esperienza che sia condivisibile su più piani. Da un lato avviene la costruzione di uno scheletro musicale conosciuto/regolare, dall’altro la scomposizione o la contaminazione di questo. In questo modo la musica non segue una singola direzione e non è indirizzata a un solo genere di destinatario, al contrario è una narrazione capace di introdurre stimoli critici e/o partecipativi. A volte ci piace richiamare il linguaggio cinematografico (concretamente attraverso proiezioni o video, o anche solo in modo suggestivo) – sia per le influenze date dagli studi o dai lavori di nostri amici sia perché il visivo e il sonoro collaborano in senso democratico. Nei dischi i field recording, versi animali, suoni quotidiani o naturali hanno la stessa importanza della parte strumentale. L’incidente sonoro per noi è un’ulteriore possibilità, così come l’errore nell’improvvisazione permette di cambiare gli schemi che si stavano precedentemente seguendo a favore di nuovi percorsi. Questo è ciò che accade in natura, quando un ecosistema subisce un cambiamento, la biosfera si adatta e continua la propria evoluzione: non ci consideriamo esclusi dall’ambiente in cui realizziamo le performance, al contrario ci adattiamo.

C: È in parte così. Tuttavia mimetizzarsi impone trasparenza e anonimato, mentre quello che cerchiamo di fare è creare una coesistenza con l’ambiente. Tanto del nostro lavoro in studio è accompagnato da field recording, una pratica che non solo vuole legittimare l’esistenza di un rumore di fondo globale ma anche provare a sfumare sempre di più il confine tra suono organizzato umano e biofonia ambientale, pur mantenendo una sorta di autorialità. Gli estremi di questo spettro non ci interessano particolarmente, soprattutto perché si tratta di campi ampiamente sviluppati; questa terra franca invece, per quanto difficile da varcare, sembra essere il tratto più coerente da percorrere.

 Quanto è importante per voi la commistione di linguaggi multipli nel vostro lavoro?

A: Sicuramente molto. Rosso Polare ci permette di inglobare l’idea di opera aperta, per la quale le composizioni sonore hanno la possibilità non solo di cominciare e finire in modo impreciso o indefinito, ma anche di entrare in relazione con altri tipi di rappresentazione. In esperienze passate la performance sonora è stata accompagnata da letture, proiezioni video, mostre fotografiche, installazioni di neon, pioggia, etc. in questi casi ricevere e consegnare stimoli è diventato parte del progetto. Nelle improvvisazioni procediamo spesso con modalità call and response mantenendo costante un dialogo non verbale tra di noi; allo stesso tempo cerchiamo di creare un collegamento tra tutti i linguaggi che ci appartengono e a cui siamo abituati. Rosso Polare è un linguaggio in sé che si adatta alle situazioni in cui viene utilizzato, è il linguaggio che permette la produzione delle nostre idee senza limiti di categorie.

C: Fondamentale. Da sempre più che alla disciplina in sé in quanto categorizzazione del lavoro mi sono interessato alla tecnica e al linguaggio come conseguenza pratica di un’idea. Aldilà di concettualismi radicali quello che intendo è che prima del linguaggio nella mia pratica viene l’idea, di conseguenza la commistione è vitale per la riuscita del progetto, se lo richiede, ed è un modo di agire vero e proprio. Rosso Polare è una bestia, e parla la sua lingua, una mescolanza di parole e suoni imparate dagli altri.

La vostra musica è una commistione di vari generi, con incursioni folk, elettroniche, acustiche, sperimentale, mediterranea, e molto altro. Le vostre performance sono basate su un tipo di improvvisazione libera, tra di voi interagite spontaneamente per poi rielaborare in studio. Che esperienza vorreste che il fruitore vivesse durante i vostri concerti?

A: Quello che creiamo in studio è abbastanza diverso dai concerti, ci interessa mantenere differenti le caratteristiche di ogni approccio. Nelle registrazioni abbiamo il tempo di trovare il controllo della situazione, di mettere in atto ripensamenti e tendere a un ascolto ben definito; nei live vogliamo creare un’esperienza vera e propria, non accontentarci del semplice ascolto musicale, ma piuttosto dare inizio a uno spostamento. Il rimando alla natura, agli animali o ad altre dimensioni tramite video o letture è un modo per non accontentarsi della situazione attuale umana. Spesso utilizziamo i richiami per uccelli: ci permettono di portare l’attenzione su un linguaggio che non ci appartiene con il quale siamo in contatto tutti i giorni che il più delle volte ignoriamo. Tanti fruitori dei nostri concerti riportano di aver immaginato di camminare in una foresta o in un ambiente naturale. Ci interessa questo genere di spostamento, che nella sua semplicità permette un avvicinamento a quello che più desideriamo.

C: Come dice Anna, il lavoro in studio è molto diverso, c’è una maggiore costruzione dei brani, la loro struttura viene sbozzata attraverso vari metodi e tecniche, resta però forte il fulcro di libera improvvisazione che accomuna i live. Partiamo il più delle volte stimolati da una prima registrazione realizzata da uno dei due, si improvvisa sopra e si costruisce qualcosa di interessante guidati dalla contingenza del momento. I passi successivi sono sempre determinati dalla direzione che il brano stesso vuole prendere. Ci sono casi in cui invece si comincia suonando insieme, come dal vivo, e si ottiene una sincronia molto interessante. Per quanto mi riguarda non abbiamo esigenze nei confronti degli spettatori, quello che serve alla nostra musica è semplicemente un ascolto attento.

Se arte contemporanea significa abbandono delle τέχνη [téchne], allora il termine non è più sufficiente perché, oggi, la maggior parte degli artisti non abbandona la tecnica, non l’ha mai conosciuta. Voi provenite dall’Accademia di Brera, ma in questo progetto, vi spostate nella musica sperimentale. Cesare, tu hai studiato musica, Anna tu invece sei autodidatta, quindi non conoscevi la tecnica; eppure, l’hai indagata in molti modi possibili, quindi vi chiedo, vi sentite inclusi in questa definizione?

A: Ci si riferisce alla tecnica come qualcosa di immediatamente visibile, concreto e pratico, riconoscibile anche da parte dei fruitori. Io penso di aver acquisito, tramite le arti visive, aspetti che non sempre vengono considerati come valori che fanno parte di questa: l’esercizio di creare e accostare immagini, disegnare considerando la variazione del tratto e delle sfumature o anche solo contemplare il proprio stato d’animo, osservare e ascoltare altri artisti e musicisti, è alla base di quello che applico nella musica. Per me non si tratta di non aver mai conosciuto la tecnica musicale o di abbandonarla, ma di impararla durante il percorso e dare importanza a ogni progresso proprio grazie alla sensibilità ottenuta con le pratiche precedenti. Io e Cesare siamo in perfetta armonia su questo aspetto, perché ovviamente lui compensa alcune questioni tecniche fondamentali e io riesco a mostrargli altri modi di utilizzare ciò che conosce da sempre.

C: La questione della tecnica è una dinamica interessante, io non ho mai smesso di utilizzarla e allo stesso tempo non l’ho mai padroneggiata completamente, non credo mi interessi. Il comparto teorico-pratico è fondamentale per chiunque e non deve essere ignorato, deve servire però all’artista e al suo lavoro. È un organo che si contrae ed espande a seconda delle esigenze della pratica individuale. Non escludo che la mia conoscenza tecnica possa aumentare col tempo ma non lo trovo un requisito fondamentale. Una questione più urgente oggi può essere la formazione di un gusto, educare sempre di più lo sguardo e le orecchie senza però farsi fagocitare da una quantità folle di stimoli. Quando ci è capitato di descrivere la nostra musica in altre situazioni ho detto che assomiglia all’esperienza del Presque Vu: essere vicinissimi a una forte epifania senza arrivarci mai, senza ricordare, credo si tratti di una condizione molto umana, non siamo in grado di raggiungere una vera padronanza, ci possiamo solo avvicinare molto e tentare di capire.

Manuela Piccolo (Forme Uniche) 4/02/2022

 

Cesare Lopopolo und Anna Vezzosi bilden in Milano zusammen ROSSO POLARE und 2/4 von Smirne. Bei “Lettere Animali“ haben sie Instinkt und Intuition groß geschrieben. Auf Cani Lenti (Takuroku, TR128 / DNN 030 C) schwingen sie als mehr oder weniger lahme Hunde zwischen den Polen Rot und Schwarz. Lopopolo pocht, wetzt, zupft Gitarre, schlägt den Beat, sie mischt ihren Atem, ihre Stimme, mehr Tier als Mensch, zu surrender Elektronik, oder was? Hunde bellen, zu Tamtam, Tamburin, Klarinetten und weiteren perkussiven Geräuschen, und mir kommt “Eskimo“ von den Residents in den Sinn. Im Schatten eines Johannisbrotbaums mischen sie Archaisches mit Künftigem, mit primitiver Kalimba, träumerischer Gitarre, Vögel piepsen, Wasser gluckst. Beat treibt den Puls hoch und Homo sapiens flötend out of Africa, der Zauberer rasselt, Metall scheppert, Allez hopp & wuff! Regen prasselt, Vezzosi wispert, Art brut im Herzen, dem pulsenden Motor, dem äffischen Jockey des menschlichen Galopps von bestialischer Seligkeit zu scharrender, trötender, sägender Kakophonie. Bis hin zu schriller Flöte, surrig rumorendem Noise und irgendwie wohl gitarristischer Dulcimer. Ein Klingklang, der Hundeschwänze in Bewegung setzt.

Rigobert Dittmann (Bad Alchemy 114)

 

Italian duo Rosso Polare treat us to their 2nd album, following the wonderful ‘Lettere Animali album, which was one of our highlights of 2020.
Cani Lenti is a collection of duels, some may say. As the two minds of Cesare Lopopolo and Anna Vezzosi converge, a dichotomy of harmonious and contrasting sounds ebb, swirl and clatter in and amongst themselves. Using techniques from call and response improvisation, tape manipulation, experimental music and free-form folk, their approach to music making feels both atypical and familiar, organised and free-flowing, rooted and landless. Like the films of fellow Italian film-maker Alice Rohrwacher, Rosso Polare‘s music feels grounded in the earth, but sprouts and spreads in strange and often anachronistic ways.
The duo describe this album as it’s a struggle – a skirmish – that strives to resemble filmic sonorisations and forgotten sounds. Together they lead us on a journey into the depths of Chthonian Music. Fans of the likes of Sun Araw, The Art Ensemble of Chicago and General Strike – dive in!

Otoroku

The Italian duo of Cesare Lopopolo and Anna Vezzosi created one of 2020’s most intriguing debuts with Lettere Animali on the Russian Klammklang label, so it made perfect sense for Takuroko to reach out to them. The resulting Cani Lenti is a heady swirl of bowed and plucked strings, clattering percussion, electronic crackle, free improv clarinet and found sound: an inspired collection of sonic contradictions. “It’s music that I find quite landless in a way,” Hope offers. “And I’m always kind of curious about the kind of Mediterranean folk, dub and musique concrete influences, many different elements that would probably normally be quite incongruous with one another. I think somehow they made it work in a way that felt really harmonious and strange and beguiling in its own way. And very intimate too. It’s representative of two people locked down together.”

Stewart Smith (The Quietus) 7/12/2021

 

The duo of Cesare Lopopolo & Anna Vezzosi takes up a perch overlooking the catacombs on the fantastic Cani Lenti. Saxophone squalls keep away the chatter in the shadows while disembodied voices are a reminder of the ghosts lurking in the corners. Clattering percussion barely coalesces into rhythms, though the chill across the skins is enough to raise heartbeats to lightspeed. Drones beckon at a distance, a tease of light at the end of a tunnel that only leads further down into the underworld where sweet little demons strum guitars at obtuse angles. This is incredible.

Brad Rose (Foxy Digitalis) 4/03/2022

ADN